sabato 11 giugno 2011

La Regina delle Amazzoni

Tamara de Lempicka
al Complesso Monumentale del Vittoriano di Roma
di Sandro Barbagallo
Autoritratto, 1929
Con i gesti di Joan Krawford, il profilo di Palma Bucarelli, è arrivata fino a noi la leggenda di Tamara de Lempicka, una delle poche artiste che ha sconfitto per la sua fama e la sua bravura la barriera di genere.
Prima di diventare celebre col nome de Lempicka, Tamara si chiamava Gorska. Era nata a Varsavia il 16 maggio 1898 ed era giunta a San Pietroburgo prima della rivoluzione, ospite di una zia in una grande casa. In questa casa ebbe modo di assaporare le ultime feste danzanti dell’aristocrazia e di giocare con gioielli conservati con noncuranza in scrigni di svariati colori. Sposata giovanissima, nel 1916 Tamara aggiunse al proprio nome quello del marito, Tadeusz Lempicki. Lo aveva sposato nientemeno che nella cappella dei Cavalieri di Malta a San Pietroburgo e si narra che per conquistarlo si fosse presentata a una festa vestita da contadina polacca con un’oca al guinzaglio.
Tamara verso il 1920
La sua bizzarria e la sua eccentricità affascinarono il barone quasi quanto la cospicua dote, degna della sua bellezza.
La rivoluzione d’ottobre, però, non si fece attendere, ma Tamara non aveva nessuna intenzione di fuggire come i suoi amici in un vagone merci diretto a Parigi. Scelse l’intrigo, il primo compromesso. Si improvvisò amante di un diplomatico svedese e in sua compagnia raggiunse la Finlandia portando in salvo denaro e gioielli. Questo diplomatico fu talmente generoso da intercedere presso la polizia perché il barone consorte, Tadeusz, venisse liberato e potesse raggiungere Tamara, con cui successivamente si recò a Parigi.
È il 1918. Tamara è bellissima, ha solo vent’anni e ha deciso di diventare pittrice. Frequenta alcune scuole d’arte, ma soprattutto studia artisti italiani antichi e moderni. In Italia c’è Casorati, la Metafisica di de Chirico, i Valori Plastici dei Broglio e un generale “ritorno all’ordine” che coinvolge anche personalità d’avanguardia come Picasso. Istrionica, sensibile alla moda, disegnerà lei stessa cappelli e vestiti; soprattutto cappelli, perché in Russia erano considerati appannaggio e simbolo delle persone ricche. Non a caso in quegli anni Parigi si riempì di colbacchi per uomini e donne.
Aveva deciso dentro di sé di diventare ricca e famosa e lo voleva ottenere attraverso la pittura. La sua vita artistica maturò tra il 1919 e il 1939, anno in cui partì per l’America. In quel ventennio visse un momento di grande vitalità in cui le sue opere riuscirono a interpretare un periodo storico, soprattutto attraverso i ritratti.
La mostra di Roma ha come sottotitolo “La Regina del Moderno”. Asserzione che ci sembra perlomeno imprudente, calcolando che nello stesso periodo erano noti e apprezzati nomi come quello di Sonia Delaunay, Benedetta Cappa Marinetti, Sophie Taeuber, Natalia Goncharova e tante altre che potremmo citare…

Le due amiche (Perspective), 1923
L’intelligenza pittorica di Tamara, però, si fa notare per la sua abilità di comprendere e saccheggiare ciò che la circondava, come l’opera di un pittore di nome André Lhote, che studiato, come lei fece, le diede l’imput per trovare la propria cifra stilistica.
Semplificando, sintetizzando, lavorando sulla pelle della pittura, Tamara ottiene una materia levigata e madreperlacea, fredda e al tempo stesso sensuale che fa impazzire uomini e donne amati. Senza saperlo costruisce la galleria di un’epoca con fantasmi di granduchi in esilio, nobili decaduti, donne-amazzoni attratte dalla velocità di macchine e di aerei, personaggi misteriosi e mai banali che diventano l’espressione della “modernità” e della moda del tempo.
Ciò che caratterizza la sua figurazione, diversificandosi da quella classico-accademica, è proprio l’accanimento con cui lavora sulla forma, spinta alle estreme conseguenze, tanto che da iperrealista sfiora la metafisica. Né va trascurato che nella pittrice, come nella donna, c’è sempre un profondo rispetto per lo Stile, inteso come necessità superiore per la perfezione dell’immagine.
La leggenda che racconta quanto la Lempicka abbia avuto un immediato e mondiale successo è falsa. In realtà l’artista verrà riconosciuta, anche dalla critica, solo quando le sue opere trasmetteranno un fascino più facilmente comunicativo, diventando più chiare e più nitide. La sua prima opera degna di nota, La dormeuse, risale al Salon des Indépendants del 1923, soprattutto perché spiccava tra gli altri artisti polacchi che vi partecipavano. In questa mostra Tamara si firma al maschile e come tale, Monsieur Lempitzky viene recensita. Ispirandosi a Il bagno turco (1863) di Ingres, in questo quadro l’artista propone uno dei suoi temi preferiti: donne amazzoni, come all’epoca si usava dire con pudico eufemismo.
Bisogna dire che la mostra di Roma è impeccabilmente curata da Gioia Mori, forse una delle maggiori esperte a livello internazionale dell’artista, che è riuscita, ancora una volta, a ricostruire un profilo sorprendente quanto inedito.
Dopo le ricerche degli ultimi anni sono state infatti tracciate ex novo le storie di alcuni dipinti, si è scoperto ad esempio un sodalizio sino ad oggi ignorato con Enrico Prampolini e, non ultimo, c’è stato il ritrovamento di un importante dipinto del 1923: Portrait de Madame P. 
Ragazza in verde, 1932

Ancora non c’era mai stata una mostra così esaustiva sull’opera della Lempicka e sul personaggio Tamara che essa rappresenta. Ci è piaciuto sapere, ad esempio, che Prampolini – grande artista ancora tutto da scoprire – abbia scritto a Tamara nel 1925: I vostri ritratti sono un meraviglioso panorama della sensualità e della psicologia della carne…
Ugualmente è stato divertente apprendere i retroscena del ritratto mancato a d’Annunzio, di cui resta la caparbia menzogna di Tamara, che non ha mai voluto ammettere di non essere riuscita ad eseguirlo. Lei che negli Stati Uniti, dipingendo famosi attori e attrici, nuovi sovrani d’America, era riuscita a guadagnare una cifra spropositata come un milione di dollari. L’America inoltre le era servita per attualizzare i suoi quadri con una scenografia futurista ispirata ai grattaceli e ai motori di auto e aerei.
Ma cosa scrivevano i critici a Tamara contemporanei? Nel 1930 sulla rivista Beaux-Arts si poteva leggere: “È facile trovare a quest’arte ispiratori, ma è difficile però quantificarli in uno stile così arcaico e così moderno, che rimanda da un lato ai maestri italiani e dall’altro ai cubisti. Una simile mistura normalmente è odiosa e invece appare nei fatti gradevole. Ciò che fa la misura del talento dell’autrice”.
Purtroppo l’ultimo periodo della vita di questa grande artista non è stato, artisticamente parlando, all’altezza del suo inizio sfolgorante. Commise vari errori di prospettiva pensando di aggiornare il proprio stile, diventando prima surrealista, poi addirittura “informale”, suscitando disagio nei suoi estimatori che non riuscivano a comprendere le ragioni di quei suoi sforzi di attualizzazione.  
Kizette in rosa, 1926

Dopo alcuni clamorosi insuccessi, tra cui quello di una mostra da Alexandre Jolas a New York in cui aveva esposto opere dipinte a spatola – proprio lei famosa per la sua materia levigata – si auto convinse a ripetere i quadri degli anni folli. Fu sorpresa nella sua villa di Cuernavaca, in Messico, mentre copiava da una foto in bianco e nero La belle Rafaëla, una delle sue opere più riuscite del 1927.
Muore all’alba del 18 marzo del 1980. Secondo i suoi ultimi desideri la sua unica figlia Kizette sparge le sue ceneri dall’alto di un elicottero sul vulcano Popocatépetl.
Sicuramente la mostra romana è impeccabile dal punto di vista filologico e c’è solo da essere grati all’appassionata curatrice dell’impegno profuso nelle sue ricerche. Ci si chiede peraltro se fosse proprio necessario inserire anche la sua produzione più scadente.

(©L'Osservatore Romano 12 giugno 2011)